Il ministro dello Sviluppo Economico verrà nominato, si dice, a giorni. Ma potrebbe essere un problema secondario se il governo avesse un approccio unitario allo sviluppo definito in alcune chiare linee guida, ma purtroppo non è così. Il governo (Tremonti) ha tenuto stretti i cordoni della borsa ed ha obbligato il sistema politico a tagliare costi. Tagli orizzontali, forse senza indicazioni delle priorità, ma tagli che hanno consentito al paese di mantenere una qualche credibilità sui mercati internazionali e non ci hanno portato al temutissimo, almeno in alcune fasi, default.Tagli che hanno anche portato qualche amministratore locale, speriamo non solo al Nord, a dover fare i conti con una coperta corta imponendo scelte che la politica non era abituata a fare, fondandosi su un sistema in cui i mille rivoli alla fine formavano il fiume di fondi necessario al fabbisogno. Da questo punto di vista l'attuazione del primo pezzettino di federalismo fiscale provvederà ancora di più a rafforzare impegni e responsabilità locali. Ma tutto questo non ha nulla a che fare con lo sviluppo. Il ministro Tremonti ed il governo hanno costruito una diga alla spesa ma non hanno definito alcun vettore per un nuovo sviluppo.
Oggi Bossi dice, e siamo veramente di fronte alla cecità, che il paese ha l'economia a posto, c'è calma, quindi non c'è nulla da fare e si può andare a votare. E' questa visione il problema vero di questo governo. Tremonti, anche lui, la sostiene dicendo che l'Europa non teme la crisi politica italiana, di fatto facendo da sponda a Bossi. Può darsi che sia vero ma siamo noi italiani che dobbiamo (e lo siamo) essere preoccupati non solo dalla crisi ma soprattutto dall'assenza di scelte strategiche. Non c'è solo la ragioneria negli obblighi di un governo. Esiste anche la necessità di impostare politiche attive nei confronti dell'economia e della società. Le imprese, soprattutto le piccole e medie, stanno facendo sforzi enormi per restare sul mercato. E sappiamo che chi sopravvive ci sta riuscendo grazie all'export che ha ripreso a correre trainato dalla Germania, nostro sbocco naturale, ma soprattutto dai paesi del BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) in cui la crescita si mantiene a livelli sostenuti. Ma non sono paesi che commercialmente si aggrediscono con facilità. Distretti, reti di impresa, nuovi network e aggregazioni se si sviluppano lo fanno solo fondandosi sulle proprie forze. Senza linee guida di governo e regioni. Senza strumenti innovativi a sostegno dell'internazionalizzazione, senza alcuna riforma della PA che aiuti a essere meno vessati dalla burocrazia.
Non si sta sviluppando nemmeno la filiera nucleare su cui il governo, oltre gli slogan vuoti e le bandierine piantate, non sta prendendo decisioni pur essendo un progetto a pressochè totale capitale privato. Le nuove indicazioni per il fotovoltaico sono arrivate solo questa estate, le grandi infrastrutture sono tutte ferme. Ed il quadro generale, pur essendo migliorato, mantiene moltissimi indicatori più che preoccupanti.
Il tasso di disoccupazione è all'8.4%, con livelli spaventosi tra i giovani.
Oltre un giovane su quattro in Italia è disoccupato; a questi si aggiungono oltre due milioni di giovani che non studiano, non lavorano, non fanno training professionale: fantasmi di una generazione che rischia di essere bruciata, una generazione che rischia di stare stabilmente ai margini della cittadinanza economica. Il totale degli inattivi in Italia raggiunge i 14,948 milioni: il livello più alto dall'inizio della serie storica.
A giugno l'Istat ha registrato una crescita della produzione industriale dello 0,6% rispetto a maggio (+8,1% rispetto a giugno 2009), la tendenza è stata confermata dall'Isae che per il terzo trimestre 2010 ha previsto «un'accelerazione della crescita, con un incremento produttivo del 3,5% rispetto al trimestre precedente», mentre «l'ultima parte dell'anno mostrerebbe un rallentamento». A beneficiare della fase espansiva sono alcuni comparti tipici del made in Italy e dei beni strumentali.Ma questa ripresa, autonoma, sviluppata dall'iniziativa dell'industria, non è l'uscita dalla crisi. Basti pensare che per il numero di ore autorizzate di cassa integrazione il 2010 viaggia sopra i livelli del 2009 – anno record con 1 miliardo di ore, ben oltre il picco degli 816 milioni del 1984. Le ore di cassa integrazione autorizzate equivalgono a circa 650mila posti di lavoro, la stragrande maggioranza interessa l'industria manifatturiera (mezzo milione). Questo fenomeno, peraltro, ha ovvie ricadute sui consumi interni corrispondendo ad una significativa riduzione di salario disponibile. Preoccupano ancora di più i dati rilevati dall'Inps a luglio, in particolare l'esplosione della Cigs che corrisponde a ristrutturazioni semi-definitive delle imprese, insomma posti di lavoro che si perderanno.Ci sono 180 tavoli aperti al ministero dello Sviluppo economico che interessano 400mila lavoratori. Molte situazioni di difficoltà si trascinano da anni e suonano come un campanello d'allarme di una crisi ormai strutturale che attraversa la chimica, la filiera dell'automotive, il tessile.
Nel solo Veneto sono 896, secondo i dati elaborati da Veneto Lavoro a luglio 2010, le procedure di apertura di crisi richieste in regione nei primi sette mesi dell'anno, acnora in crescita rispetto a giugno, con circa 20.000 lavoratori coinvolti. Sembra sempre più evidente che i numeri del 2009 verranno ampiamente superati. In aumento, sempre in Veneto, nel 2010 anche le ore concesse di cassa integrazione: sono 64 milioni nei primi sei mesi contro i 25 milioni dello stesso periodo del 2009.
La pressione fiscale è in salita costante da anni: nel 2009 il peso del fisco sul prodotto interno lordo è stato del 43,2%, in aumento rispetto al 2008 (42,9%). L'Italia si colloca così al quinto posto, in Europa, insieme alla Francia, per pressione fiscale. Inutile dire che i livelli di servizio erogati dai primi 5 paesi per imposizione fiscale non hanno nulla a che vedere con quelli italiani. Nel 2008 eravamo al settimo posto.
Sono solo alcuni numeri, dietro però c'è la realtà di una fredda solitudine dell'economia reale, di una totale assenza di presenza del governo. Non è solo la mancanza di politiche attive e concrete ad essere pesante: è anche l'assenza di confronto e di decisioni sulla politica economica ed industriale a dare il senso di una totale solitudine.
E' la mancanza di politica vera, alta, che ci deve preoccupare più di ogni cosa. E' la fretta della Lega ad andare all'incasso elettorale, di fronte ad una opposizione inconsistente, che ci deve aprire gli occhi: la stagione delle riforme, se mai ce ne poteva essere una, è già finita. La Lega vuole consolidare il potere locale nel Nord del paese dove può fare veramente man bassa, Berlusconi pensa solo a sè stesso. In questa chiara convergenza di interessi l'iniziativa di Fini è dirompente. Prima ha rotto il silenzio sfregiando l'immagine dell'invincibile, ora tiene il punto con astuzia per ritagliarsi un ruolo importante nella Repubblica che verrà. Ma l'alternativa, il Pd, potrà mai giocare un ruolo? Eppure spazi ce ne sono.
E' come se il governo avesse deciso di fare il primo tempo della partita, tutto in difesa, e si fosse dimenticato che esiste un secondo tempo in cui il PD potrebbe giocare quasi da solo. E' sconcertante ma questi, purtroppo, sono ancora negli spogliatoi dove parlano tra loro anche se gli altri, il PD in primis, non se ne sono ancora accorti.
Otello Dalla Rosa