sabato 5 novembre 2011

Dal baratro al rilancio?

Quando la BCE, con la lettera a fima Draghi e Trichet, ad agosto indicò al nostro governo un piano di possibili azioni di risanamento non fece altro che sollecitare l’adozione di provvedimenti concreti per mettere mano ad una legge di stabilità che, spostando troppo avanti nel tempo il pareggio di bilancio, poneva in una posizione di grosso rischio la sostenibilità del debito. Lo fece in un contesto di piena crisi in cui il governo italiano dimostrava di non avere consapevolezza, o almeno di non saperla tradurre in atti di governo, di quanto i mercati finanziari potessero rendere pesante il ri-finanziamento del debito. In quel momento è avvenuta la prima abdicazione del governo italiano: la necessità di ricorrere ai soldi degli altri stati dell’Unione per far fronte alle proprie debolezze rendeva inevitabile sottostare alle condizioni affinchè gli altri governi potessero fidarsi. In realtà nemmeno quella fase fu sufficiente a modificare realmente l’azione di governo: veti incrociati, insipienza, dilettantismo e supponenza misero il tappo alla domanda di riforme che saliva non solo dal paese ma da tutta la comunità internazionale. La sottovalutazione della crisi e l’assenza di reali politiche per lo sviluppo prima che scoppiassero gli spread tra BTP e Bund tedeschi hanno condotto l’Italia sull’orlo del default. Ma le indicazioni della BCE prima, gli esami a cui ci ha sottoposto l’Unione e poi il G20, sono frutto dell’incapacità italiana di regolare in modo adeguato le proprie risorse finanziare  e a definire concrete politiche per lo sviluppo. La comunità internazionale supplisce “tecnocraticamente” alle nostre insufficienze di politica economica e finanziaria. Ma potrebbe essere molto diverso se il paese avesse un governo credibile in grado di dire che alcune cose si fanno e altre no. Sarebbe completamente diverso se il paese avesse una normalissima capacità di governare in grado di indirizzare politiche di contenimento della spesa a fianco di politiche di rilancio dello sviluppo. Qui nasce un problema di fondo: non è possibile avere un governo che applica riduzioni di spesa in tutte le direzioni senza contemporaneamente indicare qualche direttrice di sviluppo, qualche volano di crescita oltre che di speranza.
Come in tutte le operazioni di risanamento non è pensabile che il malato, sia esso un’azienda o uno stato, possa rilanciarsi senza che accanto ai tagli non vengano anche individuati gli investimenti. Purtroppo questo ci manca da anni: una classe politica che non ha saputo fare altro che perpetuare sé stessa senza confrontarsi con la responsabilità delle scelte fondamentali. Ora non è più possibile. L’Italia può uscire distrutta da un risanamento di facciata che faccia pagare ai soliti noti gli errori di tutti oppure migliore, finalmente uno stato moderno. Più che tangentopoli venti anni fa, forse sarà la più grande crisi finanziaria del nostro paese a cambiare definitivamente la politica.

0 commenti:

Posta un commento